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ASIA/MYANMAR - I cattolici: “Dopo la visita del Papa, tocca a noi costruire la pace e la giustizia”

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Posted on: 12/08/17
Yangon – “Il viaggio di Papa Francesco lascia ora un ruolo e una responsabilitÓ pi¨ chiara alla comunitÓ dei cattolici in Myanmar: dare, nello spirito del Vangelo, un contributo alla pace, alla giustizia, allo sviluppo e all’istruzione nel nostro amato paese. Ora tocca a noi. Siamo consapevoli di vivere in una fase storica di transizione, anche delicata. Bisogna avere pazienza, dato che i processi avviati, anche quello democratico, sono lenti. Bisogna tenere un approccio graduale e procedere passo dopo passo, senza forzare la mano”: lo dice all’Agenzia Fides il Vescovo Raymond Saw Po Ray, che guida la diocesi di Mawlamyine ed Ŕ presidente della Commissione “Giustizia e pace” della Conferenza dei Vescovi cattolici del Myanmar, esprimendo lo spirito che oggi vive la comunitÓ cattolica birmana.
Il Vescovo rileva: “La visita di Francesco ha permesso alla popolazione birmana di capire meglio chi sia davvero il Papa e di conoscere meglio la Chiesa cattolica. Ho quasi l'impressione che abbia fatto di pi¨ la sua presenza in tre giorni che una storia di secoli. E poi ha permesso di far comprendere la differenza tra i cattolici e i cristiani di altre denominazioni, talvolta difficile da sottolineare in un paese a maggioranza buddista”.
“La sua presenza ha costituito un grande incoraggiamento per la comunitÓ cattolica birmana: siamo davvero felici, consolati, rafforzati nella fede. E’ stato qualcosa che non ci saremmo mai aspettati: davvero un grande dono di Dio”, prosegue. “Anche i buddisti hanno apprezzato molto l'umiltÓ, la semplicitÓ, l’accoglienza di Francesco al prossimo e il dialogo con tutti. Il suo viaggio avrÓ un effetto positivo anche per la vita del Chiesa cattolica birmana”, osserva mons. Saw Po Ray.
“Molto importante – rimarca il Vescovo di Mawlamyine – Ŕ il tema della riconciliazione con le minoranze etniche: anche le minoranze cristiane come i Kachin hanno avvertito la vicinanza del Papa ed Ŕ apparso chiaro che non Ŕ il fattore religioso la causa dei conflitti con le minoranze. Sul caso dei Rohingya, oggi nella nazione c’Ŕ una prospettiva nuova. Al centro c’Ŕ il rispetto della dignitÓ umana e noi tutti auspichiamo che, con la buona volontÓ, si possa avviare il processo per far ritornare i profughi. Certo, bisogna affrancarsi dalle manipolazioni politiche o mediatiche e anche le forti pressioni internazionali a volte possono avere un effetto negativo sul nostro paese. Credo che la chiave di volta sia il messaggio lasciatoci dal Papa: guarire le ferite della nazione, lavorare e camminare insieme per il bene del paese. Da qui possiamo ripartire. Come cristiani continuiamo a pregare e ad agire, nello spirito del Vangelo, per costruire un orizzonte di pace e di giustizia nella nostra amata nazione”.

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