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AFRICA/KENYA - La Chiesa anglicana locale si schiera a sostegno dell’ecosistema

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Posted on: 08/05/18
Kisumu – “La salvaguardia della Foresta Mau non dovrebbe essere strumentalizzata. Assistiamo alle strategie dei politici di alcune comunità che si servono di questo patrimonio solo a favore del loro profitto. Dovrebbero ricordare che in cima a Mau c'è il principale bacino che distribuisce l’acqua ad altri fiumi”, ha detto l'arcivescovo Jackson Ole Sapit della Chiesa anglicana del Kenya, il 29 luglio scorso, rivolgendosi ai membri della congregazione presso la Cattedrale di Santo Stefano ACK, Kisumu, in occasione di una celebrazione in onore del vescovo in pensione Rev. Francis Mwanyi Abiero, della diocesi di Maseno Sud.
Nella nota pervenuta a Fides si legge che Ole Sapit ha ulteriormente ammonito i leader politici contro l'eticizzazione degli sfratti in corso nella foresta di Mau e ha aggiunto che la chiesa sostiene la salvaguardia delle foreste. Le persone sfrattate saranno quasi 40 mila.
“Vogliamo esortare il presidente a supportare la tutela di Mau e di altre foreste in questo paese perché senza la salvaguardia della natura non avremo un futuro. Il complesso di Mau è molto strategico”, ha detto l'Arcivescovo.
E’ un complesso composto da 16 blocchi che coprono una superficie di oltre 300 mila ettari nella Rift Valley nel Kenya. La sua importanza a livello ambientale, economico e sociale è immensa, 130 milioni di persone in Africa orientale dipendono indirettamente da questa foresta. È la più grande dell’Africa orientale, una delle poche foreste montane pluviali tropicali della regione, nonché il più rilevante serbatoio idrico del Kenya. Si tratta di un ecosistema di grande valore messo a rischio dall'attività illegale di taglio degli alberi particolarmente accentuatO negli ultimi decenni nonostante la presenza di leggi che lO vieta. Le pressioni sono molto diverse tra loro: monocolture di tè, piccola agricoltura contadina, piantagioni di pini e cipressi per fini commerciali, deforestazione illegale e persino una diga. Il tutto in un contesto molto complesso dal punto di vista etnico, dove la popolazione storicamente insediata, gli Ogiek, è stata progressivamente marginalizzata e si batte per vedere riconosciuto il proprio diritto a vivere in queste zone.



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